-immagino da web-
Satana era il gatto di Don Angelo.
Curiose coincidenze, pensava
E invece no.
Satana stava a gatto quanto Angelo stava a prete. (Satana: Gatto = Angelo: Prete)
Satana era il Diavolo in persona. In forma di gatto, ma pur sempre Diavolo. Un Diavolo Custode per essere precisi, senza poteri d’intervento diabolico, proprio come gli Angeli Custodi non dispongono d’intervento divino, ma Diavolo a tutti gli effetti.
Non mi credete? Eh si, perché se non Credete, non esistono né Angeli, né Diavoli Custodi, e la storia finisce qua. Ma se qualche volta il dubbio vi ha sfiorato, e non parlo di battiti d’ali o corna e forconi, se qualche volta, anche per un attimo vi siete sentiti avvolti di bene o di male, se qualche volta avete pensato che non può essere tutto qui, allora potete ascoltare questa storia.
Don Angelo il suo Angelo Custode se l’era giocato a carte, nella sua vita precedente, quando nemmeno si chiamava Angelo, quando si era ritrovato letteralmente in mutande. Colpa del gioco, dell’alcool, delle donne, dei soldi.
La solita storia di conversione, direte voi, per cui uno toccato il fondo non può che risalire.
Solita??!! Quante altre ne avete in rubrica? E se ne avete, riuscite a vivere davvero come niente fosse?
Questo vizioso putrefatto – dicevo - che un tempo i vizi li arricchiva di significato , e i peccati li aveva commessi (quasi) tutti, cambiò vita sul serio. Capita quando non hai altra scelta fra il vivere e il morire. Fra lo spavento, la disperazione e il punto a capo.
Lui a capo ci andò. Prima, a dire il vero, andò all’ospedale, con una serie di costole rotte, un polmone perforato, la milza asportata e la prognosi riservata. I suoi “amici” avevano sistemato i conti, e visto che soldi non ce n’erano più, si erano presi la soddisfazione di cambiargli i connotati.
Bè arrivati a questo punto, perseverare sarebbe stato davvero diabolico e non ci volle poi tanto coraggio a ripromettersi di cambiare vita. Parole se ne dicono tante, ma lui le mantenne.
Riattaccati i cocci si iscrisse (finalmente) ad un programma di disintossicazione, che comprese nel lungo periodo la frequentazione del seminario e i voti e tutto il resto. Nemmeno lui saprebbe spiegarvi il perché a dire il vero. Era una cosa che sentiva, e che chiamava forte, se volete chiamatela Dio. Altrimenti non chiamatela e basta.
(..il resto nel commento..
se avete tempo e voglia..)

-immagino da web-
-immagino dal Re-
“Il colore è un mezzo di esercitare
sull'anima un'influenza diretta.
Il colore è un tasto,
l'occhio il martelletto che lo colpisce,
l'anima lo strumento dalle mille corde”
Kandinskj
Questione di sfumature. Giorgio Armani (The King), esercitando il suo potere – secondo la teoria di Kandinskjana -, ha definito la sfumatura dei suoi colori-non colori nel color “GREIGE” che dovrebbe essere un punto tra il grigio (il rosa) e il beige se non ho capito male e che di certo starà benissimo a queste donne qui pescanoce.splinder.com/post/11603880/DONNE+BEIGE
Di contro, la Fiat, mette in catalogo fra i colori della nuova 500 il “GRIGIO PER BENE” (color TOPO-ritocco?!!), che scatena in me la voglia di vedere il GRIGIO FARABUTTO o il GRIGIO MALANDRINO
E poiché io non voglio essere da meno, m’invento immantinente il color PEIGE e la sfumatura ”PESCA PER BENE” che non so che colore sia, ma non importa, di sicuro fa paura ai pesci..

-immagino da Fiat 500 grigia per bene-

IO NON TI CHIEDO
di Mario Benedetti
Io non ti chiedo di portarmi
una stella celeste
solo ti chiedo di riempire
il mio spazio con la tua luce.
Io non ti chiedo di firmarmi
dieci fogli grigi per poter amare
solo chiedo che tu ami
le colombe che amo osservare.
Dal passato non lo nego
ci arriverà un giorno il futuro
e del presente
cosa importa alla gente
se non fanno altro che parlare.
Io no ti chiedo di andarmi a prendere
una stella celeste
solo chiedo che il mio spazio
sia pieno della tua luce.
![_MD24084 [640x480]](http://files.splinder.com/4a34a51a4526eee165953f5a043540ec_medium.jpg)
-immagino SU nez-
..una gibassa per tutte le stagioni...
(che ne dici SUSANITA???)
![_MD24079 [640x480]](http://files.splinder.com/987012d4f7f0b0384930107f159299d0_medium.jpg)
-nez e la sua GiBassa-

Rustichelle, Positano e biglietti della lotteria sono al loro posto, la macchina del caffè è sempre accesa – credo non la spengano mai qui – le ultime uscite dei libri dormono accanto a vecchissimi cd di Bobby Solo e Celentano, ma sembra un ospedale senza malati.
La frenesia del giorno; greggi di pensionati vomitati dai pullman delle gite, litri e litri di urina riversate nelle toilette mai abbastanza pulite, lunghe file alla cassa per gli scontrini, caffè macchiati e macchie di caffè, si stempera nel fermo immagine della notte.
Un tempo gli autogrill, specie di notte erano una certezza per tre cose: alcool, droga e puttane, ma non v’è certezza che duri di questi tempi ; ora il massimo che ti possono servire qui è una Red Bull che ti metta le ali..
Chissà se la telecamera di video sorveglianza registrerà anche questi pensieri, oltre all’immagine del mio ingresso in autogrill. Il mio turno sta per cominciare. Chissà, forse un giorno farò richiesta alla direzione per avere tutti i filmati e ci ritaglierò tutti i miei ingressi, tutte le mie entrate stanche e strascicate in questo non luogo, li cucirò insieme con quella canzone degli Oasis - come si intitola? Ah si.. Falling Down - e poi lo posterò su YouTube.
Tardi ora.
Saluto la telecamera con la mano, entro nella toilette. Di notte sono pure profumate.
Prendo la borsa, cambio le scarpe, recupero la trousse con il trucco. Una pennellata di fard, una passata di rossetto rosso. L’appuntamento è per le 4.00.
Il cellulare squilla.
Già, squillo.
Ora gli autogrill, specie di notte, sono una certezza solo per due cose.



Livia si chiamava Olivia in realtà. Ma non è questo il punto.
Tralasciamo per un attimo la sua figura alta e gracile, la carnagione chiara, i capelli neri e radi, le braccia dinoccolate sulle lunghissime gambe che con quel nome al seguito avevano fatto della sua vita una caricatura.
Aveva cambiato nome, città, colore dei capelli, aveva fatto diete e ginnastica per liberarsi da quella “O” di Olivia, da quella somiglianza di nome e di fatto con la fidanzata di Braccio di Ferro, che le era costata una vita di canzonature e di insicurezze.
Si, ma ora, ora che l’elisione era compiuta, ora che la sua trasformazione in una persona nuova di nome e di fatto era completa, dopo tante fatiche, sforzi e frustrazioni, Livia non stava bene.
Questo era il punto.
Era cominciato tutto alla fine del trasloco, con quella strana sensibilità alla luce. “Fotofobia” - aveva detto l’oculista, facendole piovere del collirio negli occhi senza troppi complimenti – “forse una congiuntivite trascurata”. Sarà, ma Livia non sopportava più la luce diretta, le sue pupille erano costantemente dilatate e le iridi azzurre, avevano uno strano riverbero giallastro. Livia indossava costantemente gli occhiali da sole ormai, che aggiungevano alla sua figura magra e allampanata un disorientamento definitivo.
E poi era stanca, stanchissima. “Stress” - aveva detto la psicologa prescrivendole antidepressivi e vitamine – “sicuramente dovuto ai tanti, recenti cambiamenti di vita”. Sarà, ma Livia si trascinava letteralmente sempre più esausta, senza forza e appetito. Fu costretta ad assentarsi dal lavoro. Smise di alzarsi dal letto, senza levarsi gli occhiali da sole, in una specie di coma vigile.
Poi venne il prurito: un fastidio lieve all’inizio, concentrato su gomiti e ginocchia, che divenne da lì a poco una prurigine devastante. “Psoriasi” – aveva detto il dermatologo raccomandando l’uso di creme idratanti e magari una vacanza al mare – “per rilassarsi un po’”. Sarà, ma Livia era percorsa da un formicolio costante, la pelle le tirava, bruciandole addosso. Grattarsi non le procurava più alcun sollievo, solo profonde dolorose lesioni e il desiderio folle di scuoiarsi.
Forse stava impazzendo, o forse era solo la febbre, che sentiva altissima, una specie di fuoco che la bruciava dall’interno. Non riusciva più nemmeno a pensare, era solo dolore. Si addormentò, o svenne, non ricordava più.
Quel che ricordava bene, era il risveglio.
Aprì gli occhi, era giorno. La luce filtrava dalla persiane, ma stranamente non le infastidiva gli occhi e anche il prurito era scomparso. Si sentiva stordita e infreddolita, ma stava decisamente meglio. Scostò le lenzuola fradice di sudore, che si arrotolarono ai piedi del letto. Rialzandosi percepì la trama grezza del copriletto sotto le mani e osservò meglio quell’involto sul pavimento. Non erano lenzuola.
Si guardò le mani, le gambe, si toccò il viso, il ventre la schiena. Tornò a guardare il pavimento. Allungò il piede e svolse i lembi di quello strano festone.
Per terra, in una curiosa forma ad “O”, stava la sua pelle, tutta intera, come la buccia di una mela, come la muta di un vecchio serpente.
Si. Ora Livia era il suo vero nome.

-immagino-
PABLO NERUDA
12/07/1904 - 23/09/1973
Per il mio cuore basta il tuo petto,
per la tua libertà bastano le mie ali.
Dalla tua bocca arriverà fino al cielo
ciò che stava sopito sulla mia anima.
E' in te l'illusione di un giorno.
Giungi come rugiada sulle corolle.
Scavi l'orizzonte con la tua assenza,
Eternamente in fuga come l'onda.
Ho detto che cantavi nel vento
come i pini e come gli alberi maestri delle navi.
Come quelli sei alta e taciturna.
E di colpo ti rattristi, come un viaggio.
Accogliente come una vecchia strada.
Ti popolano echi e voci nostalgiche.
Io mi sono svegliato e a volte migrano e fuggono
gli uccelli che dormivano nella tua anima.