
La chiamo solo “Zia”; so che le piace quando la chiamo così; si commuove, ma non lo dà troppo a vedere, solo un luccichio diverso nei suoi occhi di un azzurro liquido, marino.
Dovrei tornarci più spesso, lo so. Sono un’ingrata; ogni volta mi pento del troppo tempo trascorso dall’ultima visita. Ma so che lei c’è sempre per me. E anche questo è un pensiero sbagliato. Non c’è niente di eterno, e lei è così fragile nella sua età indefinita, nella sua vecchiezza decadente.
Certo è sempre bellissima, ma ogni volta scorgo un nuovo cedimento, accanto a qualche intervento “liftante” che lei nega con durezza, ma che non sempre può nascondere. La prego di non cedere a troppe lusinghe, di non farsi sedurre dalla vanità, da interventi troppo radicali, che potrebbero stravolgerla. Lei sorride, consapevole del suo fascino intatto, a cui nessuno può resistere.
Dice di essere malinconica e che avere gente intorno le mette allegria, ma credo che esageri. Non si risparmia mai, anche dopo tanti anni è pronta a mostrare a tutti le sue meraviglie. E’ una sorpresa continua, è difficile andare via a mani vuote.
Le chiedo di riposarsi un po’, di non affaticarsi troppo, ma lei non sa essere diversa.
Si schermisce, nascondendosi dietro una delle sue tante maschere. E’ difficile distinguere quando scherza e quando è seria. Sorniona, direi. Eccentrica quanto basta per una nobile decaduta, ha trafficato con mezzo mondo per gran parte della sua vita, penso abbia ascoltato tutte le lingue del mondo, anche se si ostina a rispondere nel suo dialetto stretto, con la sua inconfondibile cadenza.
Credo non mi ascolti per niente, ma non credo sia sorda. Le piace fare a modo suo, le piace essere diversa. Niente automobili, niente patente. Si cammina molto da lei. Un buon modo per mantenersi giovani. Certo qualche comodità ce l’ha anche lei, da vera aristocratica; anche se si sa, le comodità si pagano.
Si lamenta dei reumatismi, dell’umidità che le penetra le ossa come una maledizione, da cui non riesce a liberarsi nemmeno d’estate. Dice che prima o poi andrà in mille pezzi, come uno dei suoi famosi vetri. Ma lo dice sorridendo con i suoi occhi ultramarini. Serenissima, come sempre.


Pomeriggio di pioggia molle
inzuppa carta-pesta
di maschere sui volti.
Nero di seppia,
buio spruzzato
sull’ultimo novembre.
Incubo di Pollock
monocolore..

Reverendissima Madre,
mi aiuta Suor Maria a scrivere questa lettera, perché io non so scrivere in italiano, e non saprei farlo tanto bene nemmeno in portoghese. So che dovrei dirle queste parole guardandola negli occhi, so che avrei dovuto farlo molto tempo fa, ma mi è mancata la voce e il coraggio.
So anche che quando ho bussato alla porta del suo convento, quasi un anno fa, lei non ha avuto alcun dubbio su di me. Una novizia brasiliana di oltre un metro e ottanta, con mani da muratore, labbra siliconate e note baritonali in gola, lascia pochi dubbi. Eppure lei non mi ha fatto domande, non ha voluto sapere quali strade mi hanno condotto alla porta di un convento di clausura. Mi ha accolta, chiedendomi solo di rispettare le regole della vita claustrale: il silenzio, la preghiera, l’ascolto della parola, il lavoro, la vita della comunità, l’abito delle novizie.
Questo per me è stato un tempo bellissimo. Per la prima volta nella mia vita ho sentito di far parte di qualcosa, di essere accolta e accettata. Qualcosa che somiglia molto ad una famiglia. So che dopo queste parole non sarò più degna di questa accoglienza, ma ho imparato grazie a voi che il Signore ama tutte le sue creature, anche le più disgraziate. Ho imparato che anche una persona come me, cresciuta per strada, violentata dalla vita e dagli uomini, confusa nel corpo e nello spirito per scelta, venduta per soldi e comprata per lussuria, testimone dei vizi dei potenti, può amare e chissà, forse essere amata per ciò che è.
Lei mi chiama “Sorella” e io così la sento vicina al mio cuore. Siamo “sorelle” così diverse, così uguali. Ho capito che lei conosce il mondo e gli uomini quanto me, anche se lei ha rinunciato a viverci. Lei prega per quel mondo e per quegli uomini con cui io mi sono sporcata. Anche io, Madre, vivo ai margini della società, ma non è una scelta nobile come la sua.
Tutti la chiamano “Madre” e anche lei ,come me, è una madre senza figli. Lei ha rinunciato al sesso e al piacere del corpo per salire verso il cielo, io mi sento una donna in un corpo da uomo, “disponibile” a tutte le variazioni dell’atto sessuale, tranne a quella della procreazione, io sono destinata al fango.
Non mi vergogno del mio corpo e di ciò che sono stata e che sono. Sono tutto il bene e tutto il male. Sono uomo, sono donna. Sono niente.
Mi perdoni Madre per il mio parlare, ma il mondo là fuori non ha pietà per quelle come me. Il mondo là fuori quelle come me le usa, le insulta e poi le brucia, come le streghe, durante l’inquisizione.
Madre, non posso più rimanere, non posso più portare questo abito, non prima di aver raccontato quello che so a chi devo. Non posso più nascondermi. “TRAVESTITO” mi chiamano, ma la mia anima non lo è.
Preghi per me, Madre, e io prego lei, continui a chiamarmi “sorella” nel suo cuore. Chissà, forse un giorno ci rivedremo...



Mando un fax alla luna,
perché la luna “ha la luna”
e il telefono spento
(l’utente da lei chiamato è momentaneamente irraggiungibile)
In colonna sulla via lattea,
imbottigliata con le stelle
nel traffico lento del cielo
(un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità)
Mando un fax alla luna,
che ha il telefono spento
e la linea staccata
(the dark side of the moon)
..forse meglio una mail?
(che fai tu luna in ciel?)




« Edward Hopper ci ha insegnato
che l’immagine è una realtà senza resti
e la realtà un divenire senza centro. »
Davvero meravigliosa l’esperienza di questa mostra e del suo autore. Uno di quei personaggi unici, che non somigliano a nessun altro, ma che concentrano in sé stessi il presente e la visione profetica e precisa del futuro esprimendola in maniera completamente nuova e irripetibile, regalandoci una visione “nuova” del mondo.
Con questa sensazione ho visto i quadri di Edward Hopper, riconoscendo in essi qualcosa che già mi appartiene (qualcosa di “universale”) ma che lui ha saputo vedere per primo.
Un artista schivo e silenzioso, lontanissimo per carattere dagli artisti eccentrici e maledetti,
meticoloso e rigoroso quanto un tecnico, dotato dell’occhio preciso di un fotografo e regista delle proprie inquadrature.
I suoi quadri sono pieni di luce, di volumi, di pieno e di vuoto. La luce sembra splendere intorno al vuoto dell’umanità che lui ha conosciuto e di cui io sento di fare parte.
In qualche modo lui ha dipinto anche me.


Ferita
dal profumo di mandarini
e da spicchi d'arance bionde,
cerco essenza di sole
sotto le unghie.
La vista si perde
nella coperta
stesa della pianura
su cui danzano
vaporose sottovesti
che seducono
lo sguardo,
annebbiandolo.

-immagino da web-
...perchè SPLINDERO splendente, non mi fa commentare gli altri blogghi?

“La generosità consiste meno nel dare molto
che nel dare a proposito”
Jean De La Bruyère
Per naturale simpatia (e golosità!), questo BLOGGO non può ignorare una piccola iniziativa benefica “sponsorizzata” dagli amati PANDISTELLE (con il gruppo Coin)
So che non sarà un Natale semplice, per molte persone, e che per molte altre sarà davvero difficile. Non resta che investire in “piccole-buone-azioni”.
Per ricevere la scatola Pan di Stelle speciale è sufficiente effettuare una donazione minima di 10 Euro a favore del progetto “la Carezza della famiglia” di Ai.Bi, finalizzato a promuovere l’accoglienza dei minori in difficoltà e la prevenzione del disagio familiare in Italia. Durante tutto il periodo in cui rimarranno allestite le vetrine Coin, dal 17 novembre all’11 gennaio 2010, sarà possibile acquistare la scatola dei desideri a favore dell’Associazione Ai.Bi., alla quale nel 2008 è stato devoluto un importo pari a € 100.000 grazie a questa iniziativa.