-immagino da P.P.-
"..noi guardiamo il mondo
precipitando nella tromba delle scale"
Italo Calvino - Mondo scritto e mondo non scritto
Io il NEZ me lo sarei rifatto.
Tutta la vita.
"Ti dà personalità" mi hanno detto.
Allora voglio farmene installare uno piccolo, accanto a quello grande (credo per via della doppia..personalità)


Livia si chiamava Olivia in realtà. Ma non è questo il punto.
Tralasciamo per un attimo la sua figura alta e gracile, la carnagione chiara, i capelli neri e radi, le braccia dinoccolate sulle lunghissime gambe che con quel nome al seguito avevano fatto della sua vita una caricatura.
Aveva cambiato nome, città, colore dei capelli, aveva fatto diete e ginnastica per liberarsi da quella “O” di Olivia, da quella somiglianza di nome e di fatto con la fidanzata di Braccio di Ferro, che le era costata una vita di canzonature e di insicurezze.
Si, ma ora, ora che l’elisione era compiuta, ora che la sua trasformazione in una persona nuova di nome e di fatto era completa, dopo tante fatiche, sforzi e frustrazioni, Livia non stava bene.
Questo era il punto.
Era cominciato tutto alla fine del trasloco, con quella strana sensibilità alla luce. “Fotofobia” - aveva detto l’oculista, facendole piovere del collirio negli occhi senza troppi complimenti – “forse una congiuntivite trascurata”. Sarà, ma Livia non sopportava più la luce diretta, le sue pupille erano costantemente dilatate e le iridi azzurre, avevano uno strano riverbero giallastro. Livia indossava costantemente gli occhiali da sole ormai, che aggiungevano alla sua figura magra e allampanata un disorientamento definitivo.
E poi era stanca, stanchissima. “Stress” - aveva detto la psicologa prescrivendole antidepressivi e vitamine – “sicuramente dovuto ai tanti, recenti cambiamenti di vita”. Sarà, ma Livia si trascinava letteralmente sempre più esausta, senza forza e appetito. Fu costretta ad assentarsi dal lavoro. Smise di alzarsi dal letto, senza levarsi gli occhiali da sole, in una specie di coma vigile.
Poi venne il prurito: un fastidio lieve all’inizio, concentrato su gomiti e ginocchia, che divenne da lì a poco una prurigine devastante. “Psoriasi” – aveva detto il dermatologo raccomandando l’uso di creme idratanti e magari una vacanza al mare – “per rilassarsi un po’”. Sarà, ma Livia era percorsa da un formicolio costante, la pelle le tirava, bruciandole addosso. Grattarsi non le procurava più alcun sollievo, solo profonde dolorose lesioni e il desiderio folle di scuoiarsi.
Forse stava impazzendo, o forse era solo la febbre, che sentiva altissima, una specie di fuoco che la bruciava dall’interno. Non riusciva più nemmeno a pensare, era solo dolore. Si addormentò, o svenne, non ricordava più.
Quel che ricordava bene, era il risveglio.
Aprì gli occhi, era giorno. La luce filtrava dalla persiane, ma stranamente non le infastidiva gli occhi e anche il prurito era scomparso. Si sentiva stordita e infreddolita, ma stava decisamente meglio. Scostò le lenzuola fradice di sudore, che si arrotolarono ai piedi del letto. Rialzandosi percepì la trama grezza del copriletto sotto le mani e osservò meglio quell’involto sul pavimento. Non erano lenzuola.
Si guardò le mani, le gambe, si toccò il viso, il ventre la schiena. Tornò a guardare il pavimento. Allungò il piede e svolse i lembi di quello strano festone.
Per terra, in una curiosa forma ad “O”, stava la sua pelle, tutta intera, come la buccia di una mela, come la muta di un vecchio serpente.
Si. Ora Livia era il suo vero nome.


“A corpo e anima vige un rapporto materia-forma, come se l'anima fosse la vera forma del corpo. Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa è una domanda priva di senso : è come domandarsi se sono la stessa cosa la cera e la forma della candela”
Aristotele
Quel giorno in piscina capii per la prima volta perché Giulia (lasciatemela chiamare così…) portava sempre i pantaloni. Forse me l’ero già chiesto inconsciamente, perché una ragazza bella e carina come lei, vestisse sempre in jeans, ma era una domanda retorica, uno di quei dilemmi inconsci ma egualmente pettegoli in cui la mente s’infila talvolta , facendosi i fatti altrui.
Fu quando si levò l’accappatoio, pronta ad infilarsi in vasca per il corso di nuoto, che mi resi conto che Giulia era il collage di due diversi corpi di donna. Sopra c’era il busto: scarno, esile, con poco seno, braccia lunghe e mani affusolate, collo elastico e clavicole sporgenti, viso lungo e affilato; una donna eterea dagli occhi d'una liquida azzurrità. Ma quel torso magro e nervoso si avvitava inaspettatamente in un punto vita che faceva da confine fra quella parte di donna che chiamerò cielo e quella che invece chiamerò terra.
Giulia aveva infatti i fianchi possenti di un’anfora romana, che l’alta statura e un buon taglio di pantaloni dissimulavano abilmente, un didietro di tutto rispetto e due gambe grosse, per niente tornite, che finivano a colonna in una caviglie senza malleoli.
Mi resi conto che la stavo fissando come se avessi visto il Minotauro in persona entrare in piscina. Non ero sconvolta dal suo corpo, ma dal fatto che non corrispondesse minimamente all’idea che avevo di lei. Eppure ci conoscevamo da molti anni. Forse, pensai, levandomi l’accappatoio e osservandomi attentamente i fianchi, le gambe e le braccia, conoscevo solo una parte di lei (e lei di me…)






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